JUERGEN MAYER H

45°

During the 1970s, the time of my childhood, there seemed to be a common agreement between international architects to introduce the 45° angle on most corners of a building; as detail, as mega form and as ornament, – anglobal design element that no one so far had talked about. It is my suspicion that this leap from a compositive element based on early Twentieth Century International Style towards a sculptural understanding of architecture and space was made possible by new developments in concrete. The hierarchy of floor, wall and ceiling was blurred by a seemingly but humble continuation of the surface from horizontal to angled to vertical orientation. The ‚oblique’ as theorized by Paul Virilio and Claude Parent might have been one aspect of strategizing architecture as a non-directional, non-hierarchical envelope. Yet, in everyday architecture what remained was a chamfered corner until the 1990s when new software technology made even more complex organic shapes become possible. What we see in the 1970s 45° angles is a preamble to architecture in the late 1990s and 21st century, a first test run with the potential of exposed concrete. What we see today is a continuation of an idea created and experienced in early childhood by a generation currently at work. With new materials and digital technologies we can expand on the inherent potentials of these beginnings.
In most cities around the world, as in Berlin of today, we can still find some 45° angles on buildings which represent the sculptural idea of an architectural surface continuum.  This layer of modern architecture that represents the early memories of my generation might soon be lost, but you can never escape the re-elaboration of your own childhood.

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45°

Negli anni ’70, durante la mia infanzia, sembrava esserci un accordo comune tra gli architetti internazionali per introdurre l’angolo a 45° in molti edifici; come dettaglio, come forma e come ornamento – un elemento globale del disegno di cui nessuno ha mai scritto. Sospetto che questo salto da un elemento compositivo dell’International Style del XX secolo ad una comprensione scultorea dell’architettura e dello spazio sia stato possibile grazie alle ricerche sul cemento. 

La gerarchia pavimento-parete-soffitto era offuscata da una continuità apparentemente modesta della superficie da orizzontale ad angolare a verticale. L’ “obliquo”, come teorizzato da Paul Virilio e Claude Parent, forse è stato un aspetto utile a concepire l’architettura come non-direzionale, un involucro non gerarchizzato. Eppure, nell’architettura di tutti i giorni ciò che rimaneva era un angolo smussato, almeno fino al 1990, quando la tecnologia dei nuovi software ha reso possibile la realizzazione di forme organiche ancora più complesse. Quello che vediamo negli angoli a 45° degli anni ’70 è un preambolo dell’architettura che va dalla fine degli anni ’90 fino al XXI secolo, con il primo test eseguito sul cemento a faccia vista. Quello che vediamo oggi è la continuazione di un’idea creata e sperimentata durante l’infanzia da una generazione che attualmente continua a lavorarci su. 

Con nuovi materiali e tecnologie digitali possiamo espandere il potenziale di queste prime sperimentazioni. 

In molte città del mondo, come nella Berlino di oggi, possiamo ancora trovare alcuni angoli a 45° che rappresentano l’idea scultorea del continuum di una facciata. Questo strato di moderna architettura, che rappresenta le memorie della mia generazione, forse presto andrà perso ma non possiamo sfuggire alla rielaborazione della nostra infanzia.

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