I started writing this article a few months ago as an introduction to the brief of New York CityVision Competition that is officially launched on this number.

As I tried to find the right words to describe my idea of the future I was bombarded by the atrocities that have slowly degraded our system and I was surprised by how people were determined to change the state of things, from Occupy Wall Street to the latest movement of the Sicilian Pitchforks.
When I finished writing it I realized, however, that it could become something more.
Then I started collecting the thoughts of some of the most interesting creatives that work on the border of  architecture and art, and they have conferred it the right completeness.
I asked them to answer these questions:

WHY DO WE SPEND SO MUCH TIME WONDERING ABOUT THE FUTURE? WHAT IS THE FUTURE, ANYWAY? COULD THE FUTURE BE HIDDEN IN OUR PAST?
Today more than ever we have difficulty living the historical moment that belongs to us.
Ideas, thoughts and memories resurface and increasingly rely on social networks now undisputed custodians of future memories.
These phenomena are often just twittemotions of nostalgia, but also worrying moments that annihilate new generative pulses of ideas.
we desperately try to hold on to the memory of moments we’ve lived in the hope that they will reoccur in their simplicity, giving us once again the purest of feelings: hope.

But paradoxically, thinking about the past, today, is hoping in the future.
The shock that affects people is that they understand that the future we expected has not been revealed, and for now we can take refuge in the safety of the past.
It’s like a mad rush on the most futuristic Calatrava’s bridge and having to stop suddenly because its construction has not yet been completed. So what to do, jump in the air or go back and wait for the completion?
Leonardo Benevolo in a recent interview with Francesco Erbano says that “in pursuit of the future there is always a time when one has the prevailing impression that he has taken a step too far and thus takes a step back the past »

Giambattista Vico would certainly agree with this statement that history always alternates periods of progress with stages of decay and it is therefore possible to foresee the future from the past (or vice versa) because “Historia se repetit”.
We grew up with the myth of Kubrick and Spielberg and novelists who taught us to see the future in several ways: by moving from the future to a past to be recovered (Back to the Future, The Fifth Element) or from past to future in a time of agony and despair (the Road, the Walking Dead).
Both directions show a common thought that is the alienation of those who live in large cities and move
amongst its spaces. Alienation that manifests itself with an almost total lack of interpersonal relationships, everything is filled with an agonizing desire to go back and earn that source of certainty which is the past.

And if the past was the new future and today we were living in the past?
Certainly, our cities will continue to progress towed by the unstoppable technological progress, but they will have to deal with disoriented inhabitants who will resize their lifestyles thus creating an anachronistic paradox where revolutionary buildings will be experienced by people in constant pursuit of lost humanity to be recovered through a new contact with the world.
The past is back, and it has the shape of the future.

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Ho iniziato a scrivere quest’articolo alcuni mesi fa come introduzione al bando di New York Cityvision Competition, concorso che viene ufficialmente lanciato con questo numero. Mentre cercavo di trovare le parole giuste per descrivere la mia idea di futuro venivo bombardato da notizie sul vicino crollo del nostro sistema e da quanto le persone fossero decise a salvarlo, cambiandolo, da Occupy Wall Street al più recente Movimento Siciliano dei Forconi. 

Finito di scriverlo mi sono accorto però che poteva diventare qualcosa di più. 

Ho iniziato allora a raccogliere i pensieri di alcuni fra i più interessanti creativi che operano sul confine fra architettura e arte e questi hanno conferito all’articolo la giusta completezza. 

Ho chiesto loro di rispondere a questa domanda:

PERCHE’ OGGI CI INTERROGHIAMO COSI’ SPESSO SUL FUTURO? COS’E’ IN REALTA’ IL FUTURO? PUO’ IL FUTURO ESSERE NASCOSTO NEL NOSTRO PASSATO?

Oggi più che mai viviamo con difficoltà il momento storico che ci appartiene.

Idee, pensieri e ricordi ritornano a galla e, sempre più frequentemente, affidati a social network depositari ormai incontrastati di memorie e prospettive future. 

Queste twittemozioni sono spesso solo fenomeni di nostalgia ma anche preoccupanti momenti che annichiliscono nuovi impulsi generativi di idee.

Cerchiamo maledettamente di tenerci aggrappati al ricordo di momenti vissuti nella speranza che questi si rimanifestino nella loro semplicità ridandoci il più puro dei sentimenti: la speranza.

Ma paradossalmente pensare al passato, oggi, è come sperare nel futuro. 

Lo shock che colpisce le persone è aver compreso che il futuro che ci aspettavamo non si è rivelato e che possiamo per ora rifugiarci nella sicurezza del passato. 

E’ come aver corso in maniera forsennata sul ponte più avveniristico di Calatrava e doverci fermare di colpo perchè la sua costruzione non è ancora stata ultimata. E allora che fare, lanciarsi nel vuoto o tornare indietro e aspettare che lo completino?

Leonardo Benevolo in una recente intervista di Francesco Erbani afferma che «nell’inseguimento del futuro c’è sempre un momento in cui prevale l’impressione di aver compiuto un passo troppo lungo e dunque il passo viene rivoltato all’indietro, a riprodurre il passato»

Questa affermazione troverebbe sicuramente d’accordo Giambattista Vico secondo cui la storia alterna sempre fasi di progresso a fasi di decadenza ed è possibile quindi intuire il futuro dal passato (o viceversa) perché «Historia se repetit». 

Siamo cresciuti con il mito di Kubrick e di Spielberg e di novellisti che ci hanno insegnato a vedere il domani in diversi modi: muovendoci dal futuro verso un passato da recuperare (Ritorno al futuro, Il quinto elemento) o dal passato verso il futuro in un’epoca di strazio e disperazione (The road, The Walking Dead). 

Entrambe le direzioni manifestano un pensiero comune, ovvero la grande alienazione di chi vive le città e si muove tra i suoi spazi. Alienazione che si manifesta con una quasi totale assenza di rapporti interpersonali; il tutto pervaso da una lacerante voglia di tornare indietro e guadagnare quell’agognata fonte di certezze che è il passato.

E se quindi il passato fosse il nuovo futuro ed oggi vivessimo nel passato? 

Le nostre città continueranno a progredire trainate dall’inarrestabile progresso tecnologico, ma dovranno fare i conti con abitanti disorientati che ridimensioneranno i loro stili di vita creando quindi un paradosso anacronistico dove edifici avveniristici verranno fruiti da persone alla costante ricerca di un’umanità perduta da recuperare attraverso un nuovo contatto con il mondo.

D’altronde il passato è tornato, ed ha le sembianze del futuro.   

www.francescolipari.it

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